Guerre, malattie, sofferenza: cosa c’entrano con la Passione di Cristo?
Il seguente articolo è una traduzione curata da Opposto dell’originale dal sito “The Catholic Herald”, disponibile al seguente link. Vi invitiamo a consultarlo.
La Settimana Santa è una settimana speciale nell’anno liturgico, che inizia con l’agitare dei rami di palma (o, più comunemente, di ulivo) nella Domenica delle Palme e termina con il canto dell’Alleluia nel giorno di Pasqua. Tra questi due giorni di celebrazione, commemoriamo la tragedia che Gesù ha dovuto sopportare per poter risorgere vittorioso dalla tomba e portare così a compimento la redenzione di tutta l’umanità. Ci sono poche settimane in cui gioia e sofferenza sono tra loro così strettamente intrecciate.

Nel giorno del Venerdì Santo siamo confrontati con la forma più estrema di sofferenza: “Qualcuno” viene torturato in modo totalmente ingiusto e deve subire la crocifissione. Indipendentemente dal contesto, possiamo solo ribellarci a tali forme di sofferenza, allo stesso modo in cui siamo profondamente indignati per la sofferenza causata dai genocidi e ora dalle tante guerre che ci opprimono, causa di enorme miseria nella terra. Cristo muore ogni giorno in tutti quei luoghi dove le persone vengono sacrificate per la cieca violenza e dall’odio reciproco.
Dov’è Dio in tutta questa sofferenza? Questa è anche la domanda che veniva posta nei campi di concentramento ed è stata spesso ripetuta da allora. Perché Dio permette questa sofferenza, soprattutto quando Cristo ci ha insegnato a conoscere Dio come l’Essere Amorevole? Come si può conciliare l’immensa sofferenza nel mondo con questa rappresentazione di Dio? Oppure Dio utilizza questa sofferenza per punire le persone per il loro immorale vissuto?
Queste domande erano già state poste nei testi dei profeti dell’Antico Testamento, in particolare nel Libro di Giobbe, dove ci si interroga se la sofferenza possa essere vista come una punizione da parte di Dio. Questa domanda è approfondita in modo magistrale in un magnifico testo in prosa, che mette in luce alcuni elementi:
“La sofferenza non è causata da Dio, ma dal male, e non esiste alcun legame tra la sofferenza e la punizione divina”.
Ma naturalmente questo rispondeva solo in parte alla domanda e lasciava molte questioni senza risposta.
Nelle prime pagine dell’Antico Testamento, in particolare nel Libro della Genesi, si cerca di sviluppare un’antropologia unica attraverso un racconto, descrivendo l’origine dell’umanità e come Dio abbia creato l’uomo, ente buono, interamente a Sua immagine e somiglianza, a partire dal Suo amore e con il Suo amore, e dunque vivendo in completa armonia con Dio, con se stesso, con i propri simili e con tutta la creazione. L’unico motivo per cui Dio ha creato l’uomo è stato il desiderio di condividere con il resto del creato ciò che è più caratteristico di Lui, cioè il Suo amore infinito così come è presente nella relazione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Questo completa l’immagine dell’uomo: creato a immagine di Dio, dall’amore di Dio e con la capacità di entrare in questo amore a partire dalla libertà. Quando diciamo libertà, però, presupponiamo anche la libera scelta, sia a favore che contro l’amore; è proprio questo dramma umano ad essere descritto vividamente nel Libro della Genesi, nel quale l’uomo è tentato dal diventare il proprio dio e quindi di allontanarsi dall’amore di Dio.
Questa tentazione proviene da una potenza esterna a Dio e all’uomo, che chiamiamo Satana, la cui esistenza è conosciuta, oltre a quando citato nel Testo Sacro, solo perché possiamo ancora percepire la sua azione in noi, ogni giorno. Ancora una volta è Paolo a esprimerlo in modo appropriato: “Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me” (Rm 7,19-20).
Ogni volta che noi esseri umani ci allontaniamo da Dio e dal Suo amore e scegliamo di diventare il nostro dio, ci lasciamo prendere dal male e ripetiamo ciò che è descritto nella Genesi come peccato originale. Ma assieme al male, nella vita umana, è entrata anche la sofferenza, poiché l’armonia originaria è stata spezzata. La natura umana è diventata una natura ferita, soggetta alla sofferenza e alla morte. Senza voler interferire con la libertà umana e con il Suo amore per l’umanità, Dio ha adattato il Suo amore e lo ha trasformato in misericordia: compassione per chi soffre e perdono per chi pecca. Compassione e perdono sono diventati gli attributi con cui Dio ha voluto essere vicino all’umanità nella sua fragilità, altroché come espressione duratura del Suo amore.
Ci poniamo spesso la domanda: Dio non è abbastanza potente da vincere il male? Ciò che chiamiamo male è più potente di Dio? Chiamiamo Dio onnipotente, non dovrebbe essere così? In effetti, Dio è onnipotente e ha dimostrato la Sua onnipotenza nella creazione e la manifesterà pienamente alla fine dei tempi; nel frattempo possiamo parlare di un’onnipotenza trattenuta in Dio, un’onnipotenza che si sottomette a ciò che è unico nell’uomo: la sua libertà. E in questo c’è anche spazio per l’azione del male. È nella natura umana che il male si manifesta continuamente in opposizione al bene e costringe l’uomo a fare delle scelte.
Eppure Dio è andato oltre il semplice trasformare il Suo amore in misericordia. Ha scelto di rendersi presente, Egli stesso nella nostra natura umana, il Creatore tramutandosi nella propria creatura, per combattere il male dall’interno. Questa è l’Incarnazione: il farsi uomo, mediante la quale Dio stesso è diventato uomo in Gesù Cristo. Tutta la vita di Gesù Cristo deve essere vista in questa prospettiva: Egli ha voluto insegnare agli uomini il vero volto di Dio, chiamandoli a diventare conformi all’immagine di Dio e quindi a vivere autenticamente la loro vera vocazione umana.
Gesù Cristo ha anche combattuto contro il male e le sue conseguenze. Ovunque andasse, mostrava la misericordia di Dio perdonando i peccati e guarendo le persone. In questo modo, la compassione di Dio per chi soffre e il perdono per chi pecca diventavano concreti anche grazie alle azioni di Gesù.
Tuttavia, la missione ultima di Gesù Cristo andava oltre. Ed è ciò che commemoriamo nel Venerdì Santo. Attraverso Gesù Cristo, Dio ha permesso a Sé stesso di essere preso dal male e sopraffatto dal male: non dal peccato, ma dalla conseguenza del male, ovvero la sofferenza. La morte in croce è il trionfo del male, dove esso è riuscito a portare la sofferenza all’estremo. Una sofferenza più grande è inconcepibile: in questo Cristo mostra solidarietà con tutti coloro che soffrono in modo disumano. Quando soffriamo, possiamo guardare alla croce e renderci conto che anche Lui, che era Dio stesso, ha percorso la stessa strada. Non esiste forma più grande di solidarietà e compassione.
Nel momento in cui il male pensava di aver vinto su Dio, è stato privato del suo potere assoluto. Questo è avvenuto nella Risurrezione. Gesù Cristo, in quanto sia uomo che Dio, è risorto dai morti e ha trionfato sulla morte. Da quel momento, la morte non avrebbe più avuto l’ultima parola, ma la vita eterna in e con Dio. La sofferenza e la morte di Gesù Cristo, che a livello dell’ignoranza umana potrebbero essere considerate un fallimento totale, sono diventate la via divina alla redenzione dalla presa assoluta del male. Questa è la via della nostra redenzione. Se la sofferenza di Gesù Cristo ha generato una grande solidarietà con tutti coloro che soffrono ed è stata segno della compassione di Dio, la sofferenza come evento di redenzione ha assunto un significato ulteriore. La sofferenza apparentemente del tutto priva di senso ha così acquisito un significato ultimo.
Ed è qui che arriviamo alla lezione più importante, posta nel Venerdì Santo. Attraverso la sofferenza, la morte e la Resurrezione di Gesù Cristo, tutta l’umanità è stata privata dal potere assoluto del male e della morte. Questo è avvenuto in un unico momento e in un unico luogo, ma ha avuto ripercussioni su tutte le persone e in tutti i tempi. La redenzione di coloro che hanno vissuto e sono morti in passato è commemorata nel Sabato Santo; essa viene rappresentata iconograficamente da Gesù che afferra con forza il polso di Adamo nello Sheol per condurlo fuori dalle tenebre, alla luce della Resurrezione. Ma a Pasqua celebriamo la fede a cui tutti possiamo partecipare, a questa Resurrezione. Gesù Cristo ha sofferto, è morto ed è risorto anche per me, offrendomi la prospettiva della vita eterna.
Ascoltiamo ancora una volta Paolo, che scrive: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo” (Col 1,24).
C’è qualcosa da aggiungere alla sofferenza di Cristo? Non era completa, sia per coloro che sono vissuti nel passato che per quelli che vivranno nel futuro? In effetti, non possiamo né dobbiamo aggiungere nulla a questa sofferenza, ma siamo invitati a parteciparvi in modo mistico, unendo la nostra sofferenza a quella di Gesù sulla croce. È lodevole descriverlo come la quindicesima opera di misericordia. Le tredici opere sono molto concrete, la quattordicesima suggerisce che possiamo completarle, perfezionarle con le nostre preghiere per i vivi e per i morti. È chiedere a Dio di portare a compimento ciò che abbiamo iniziato. Ciò possiamo anche applicarlo alla nostra sofferenza.
Quando soffriamo, spesso, non abbiamo la forza di compiere opere di misericordia. Con questa sofferenza possiamo ancora partecipare alla grande opera di redenzione che Gesù Cristo ha compiuto per noi. È Gesù Cristo stesso che Dà significato alla nostra sofferenza, così come la Sua sofferenza è stata la cosa più significativa che Egli potesse e dovesse fare, nonché redimere tutta l’umanità dalla presa assoluta del male. Offrendo consapevolmente la nostra sofferenza per la redenzione dei nostri fratelli, essa assume un significato che noi stessi non potremmo mai darle. Diventa uno strumento divino per dare forma concreta alla nostra misericordia attraverso la sofferenza e per non rinchiuderla in ciò che oggi chiamiamo spesso disperazione o mancanza di senso. È un cammino che ci viene offerto e al quale dobbiamo partecipare con fede.
Possa questa Settimana Santa essere un momento per riflettere profondamente sulla sofferenza che Gesù Cristo ha sopportato, sulla sofferenza disumana di tanti tutt’ora e anche sulla nostra di sofferenza; collochiamo tutto questo nella grande dinamica che la morte in croce ha generato e lasciamoci condurre dal Venerdì Santo alla Pasqua. È in questa dinamica che anche noi possiamo partecipare con la nostra sofferenza.
Fratello René Stockman è l’ex Superiore Generale della Congregazione dei Fratelli della Carità e uno specialista nell’assistenza psichiatrica.



